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Dato che non amo Montecarlo, offro 300.000 euro per appartamento, di 50 mq, in piazza san Marco, Venezia, escluso piano terra onde evitare acqua alta. Graditissimo sopra Harry’s Bar, così posso scendere in pigiama la mattina a fare colazione.

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Dato che il mio conto corrente è scarsamente movimentato, cerco benevolo donatore che movimenti il mio conto, in entrata, con 800.000 euro. Garantisco che nemmeno mi accorgerò e che comprerò subito appartamento in Roma, vista Colosseo.

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Dato che sono titolare di una ricevitoria centralissima in piazza mafi-opoli, città di camorr-opoli, provincia di ‘ndranghit-opoli, nella quale si è realizzata una vincita di 1.000.000 di euro all’enalotto, sentito il vincitore che ho dichiarato di non conoscere, ma che conosco, apro l’asta per l’acquisto del biglietto vincente. Base d’asta 1.000.000 a salire, rialzo minimo di 5.000. Il 10% del valore battuto va all’intermediario. Target: persone interessate a riciclare grosse quantità di denaro sporco.

Ah! Ah! A! Aspetto fiducioso di guadagnare, come intermediario, almeno 25.000 euro.

AAA. In data 20 gennaio 2011 i deputati Elio Vittorio Belcastro, Pippo Gianni, Arturo Iannacone, Antonio Milo, Michele Pisacane, Americo Porfidia, Antonio Razzi, Francesco Saverio Romano, Giuseppe Ruvolo, Luciano Mario Sardelli, Massimo Calearo Ciman, Giampiero Catone, Bruno Cesario, Silvano Moffa, Catia Polidori, Domenico Scilipoti, Maria Grazia Siliquini, Maurizio Grassano, Francesco Pionati lasciano il gruppo Misto per costituire il gruppo Iniziativa Responsabile (Noi Sud-Libertà ed Autonomia, Popolari d’Italia Domani-PID, Movimento di Responsabilità Nazionale-MRN, Azione Popolare, Alleanza di Centro-AdC, La Discussione).

Ah! Ah! Ah! Aspetto fiducioso gesti di responsabilità!

Il Massimo (,) filosofo vivente

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Nei giorni scorsi, facendo zapping, mi sono imbattuto nel faccione sorridente di Massimo Cacciari intervistato in uno dei programmi televisivi nazionali e mi sono sempre fermato ad ascoltarlo.

E’ sempre un piacere sentire il Massimo, filosofo italiano vivente.

Parlava in modo convincente del fatto che le parole di origine ideologica di un tempo non hanno alcun valore e che, con la perdita di valore di questi termini, nemmeno concetti come Destra, Sinistra, Centro hanno più alcun senso. Certo, poteva dirlo meglio. Per esempio dire, citando Theodore Lowi, che i partiti responsabili sono finiti e stanno comparendo partiti costituenti per i quali termini come Centro, Destra e Sinistra non hanno senso. Ma era stato comunque convincente.

E come non farsi convincere: il Massimo è inarrivabile nel ragionamento filosofico astratto. Solo che la giornalista che lo intervistava, resistendo al suo fascino, voleva portarlo su cose più concrete e gli ha chiesto cosa si fossero detti, in quello stesso giorno, lui, Casini e Rutelli. E qui il Massimo ha bofonchiato un “Veramente, questo incontro doveva essere un segreto”.

Un segreto? Ohibò, mi sono detto; per meglio mantenere questo segreto, la sera è andato in uno studio televisivo a farsi intervistare? Vi sono modi migliori per mantenere un segreto. Per esempio, arrivare, parlare e ripartire subito. Comunque, l’argomento era interessante e mi sono accinto ad ascoltare con attenzione.

 E’ sempre un piacere ascoltare il Massimo, filosofo veneto vivente.

L’intervistatrice gli ha chiesto se era in programma la costituzione di una coalizione tra Casini, Rutelli ed altri e se egli vi avrebbe avuto qualche parte. E qui il Massimo ha cominciato a spiegare che era importante contribuire a costituire un grande Centro che combattesse contro i berlusconiani, il cui progetto di costituzione di un PdL era fallito per la rivolta dei finiani, e contro la Sinistra incapace di rinnovarsi, il cui progetto di costituire un PD a vocazione maggioritaria era fallito con l’alleanza tra Veltroni e Di Pietro, alle elezioni del 2008, e la conseguente sconfitta elettorale.

Ferma! Ferma! Riavvolgiamo indietro il nastro! Non si può?Peccato! Meno male che il Massimo ripete il concetto: “Contro il fallimento del PdL di Berlusconi e del PD di Bersani, Veltroni, ecc…., occorre costituire un grande Centro, magari con Montezemolo come leader per le prossime elezioni nazionali”. 

Centro? Ma non era una di quelle parole che non avevano più senso? solo che non ho tempo di ragionarci su perché già si sta già passando a parlare di federalismo. E ricomincio ad ascoltare con attenzione.

E’ sempre un piacere ascoltare il Massimo, filosofo veneziano vivente.

E il Massimo non parla più del Partito del Nord con cui voleva rifondare il PD e per cui ha inondato di male parole e critiche i leader, si fa per dire, di quel partito. Adesso parla di un federalismo di Centro o per il Centro. 

Il giorno dopo, rifacendo zapping, lo faccio sempre appena torno a casa, mi stendo sul divano e accendo il televisore, ricompaiono la barba e i capelli tinti di nero di Massimo Cacciari. Altro canale, altra giornalista, altra intervista. Stesse domande, stesse risposte, stessi concetti. Prima domanda: “Cosa vi siete detti con Casini e Rutelli”. Risposta: “Veramente dovevano essere incontri segreti!”. Ancora? Ma che te ne vai a fare in giro per studi televisivi se vuoi mantenere un segreto, quale che sia? Non ho nemmeno il tempo di formare nella mia mente la mia delusione per la risposta che già si comincia a parlare di grande Centro. E debbo ricominciare ad ascoltare con attenzione.

E’ sempre un piacere ascoltare il massimo, filosofo vivente del sestiere di Dorsoduro di Venezia.

E si torna a parlare ancora di federalismo. E mi ricordo di quando il Massimo raccontava che il federalismo era un arcipelago. Bellissima immagine! Ma di scarso aiuto a governare. E mi ricordo di quando il Massimo aveva contribuito a fondare il Movimento federalista del NordEst, cioè il federalismo per il NordEst. Bella proposta! Ma di scarso aiuto a governare. E mi ricordo di quando il Massimo, andando a insegnare a Milano, ha proposto la costituzione del Partito del Nord, in competizione con la Lega Nord sul tema del miglior federalismo possibile per il Nord. E qualcuno disse che il Massimo aspirava a diventare sindaco di Milano, a candidarsi contro la Moratti. E adesso che vuole fondare il grande Centro, per realizzare un federalismo di Centro? Dove vorrà arrivare? A fare il ministro degli esteri in un governo Montezemolo?

E’ sempre più un piacere ascoltare il Massimo, filosofo vivente della via(pardon, calle) dove abita, numero civico che non conosco, sestiere di Dorsoduro di Venezia.

Tresette (federalista) con il morto

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Proviamo a fare il punto della situazione sulla riforma federalista dello Stato. Come è noto, al di là delle dichiarazioni roboanti, la Lega Nord, nel 1994, nei sette mesi di governo con Berlusconi, non era riuscita ad ottenere niente. Era stato il Centrosinistra, nella sua esperienza di governo durata dal 1996 al 2001, a realizzare le prime riforme.

Ma lo aveva fatto come quando si gioca a tresette con il morto, poggiando le carte sul tavolo, senza dichiarare nemmeno di che carte si trattava, e lasciando gestire il gioco agli altri.

Il Centrosinistra ha cominciato le proprie riforme federaliste con le leggi e i decreti Bassanini (Legge n. 59 del 15 marzo 1997; Legge n. 127 del 15 maggio del 1997; decreto n. 143 del 1997; decreto n. 422 del 1997, decreto n. 469 del 1997; decreto n. 122 del 1998), e poi ha completato l’opera con la riforma del Titolo V della Costituzione, approvata con referendum popolare il 7 ottobre 2001. Ma mai il centrosinistra ha dichiarato che queste riforme avessero a che fare con il federalismo. Esse avevano a che fare con il decentramento amministrativo. Vi fu persino chi disse, a Sinistra, che la riforma del Titolo V serviva per dare copertura costituzionale alle leggi e ai decreti Bassanini che innovavano così tanto da non ricevere abbastanza copertura dagli artt. 5, 118 e 128 della Costituzione, di cui pure si diceva che erano l’applicazione concreta. Questa copertura venne data, in particolare con la modifica costituzionale dell’art. 119.

La propaganda contraria della Lega ha assunto, nel tempo, due posizioni: la prima consistente nel negare che la riforma del Titolo V fosse una riforma federalista, anche se la riforma costituzionale voluta dalla Lega e bocciata nel 2006 lasciava inalterato l’art. 119 nella versione voluta dal Centrosinistra); la seconda, consistente nel sostenere che la riforma del Titolo V della Costituzione ha introdotto degli effetti perversi perché questa riforma ha realizzato il “federalismo amministrativo”, senza realizzare il “federalismo fiscale”. In altri termini, i cosiddetti effetti negativi della “spesa storica”, cioè il fatto che ricevono più soldi le Regioni che spendono di più e peggio, secondo la Lega sarebbe un effetto della riforma del Titolo V perché il federalismo amministrativo senza federalismo fiscale incentiva l’irresponsabilità. Una irresponsabilità che si è manifestata più nelle Regioni meridionali che in quelle settentrionali.

Il Centrosinistra, continuando a fare il morto nel gioco del tresette, non ha mai ribattuto con efficacia a questo argomento.

Invece, se si guardano i dati riportati dalla CGIA di Mestre per il periodo 2001-2008, si vede che la riforma del Titolo V non ha prodotto quelle conseguenze negative che la propaganda della Lega va sostenendo. Le dinamiche delle spese regionali sono, infatti, così cresciute: Emilia Romagna +100% circa; Basilicata + 100%; Lazio +80%; Toscana + 65%; Friuli Venezia Giulia + 37,9%; Veneto + 30%; seguono con percentuali inferiori Puglia, Campania e Calabria. Quindi, a guardare a questa classifica, la riforma del Titolo V ha incentivato di più la spesa delle Regioni del Nord che quella delle Regioni del Sud. E allora? Il federalismo fiscale favorirà di più il Sud del Nord? No! Tutto il problema sta nel fatto che il cosiddetto meccanismo della spesa storica ha manifestato i suoi effetti prima della riforma del Titolo V ed è quindi attribuibile ad altri fattori e non alla riforma costituzionale. Quali siano questi altri fattori, è tema troppo complesso da trattare adesso.

Quello che avrei gradito, in tutti questi anni, che il discorso che ha fatto la CGIA quest’anno fosse stato fatto dal Centrosinistra tra il 2005 e il 2006, durante la campagna elettorale che portò alla seconda vittoria di Prodi (chissà, forse avrebbe aiutato), o tra il 2007 e il 2008, durante la campagna elettorale che portò alla rovinosa sconfitta di Veltroni. Chissà? Forse avrebbe aiutato. Ma questo avrebbe richiesto che il Centrosinistra fosse capace di fare discorsi credibili in tema di contabilità e di bilancio e, prima ancora, che il Centrosinistra avesse voglia di smettere di giocare a tresette nel ruolo del morto.

ulivi secolari calabresi e integrazione dell’olio d’oliva

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Questa notizia è apparsa su La Stampa, quotidiano torinese, giorno 19 agosto, con un articolo di Mimmo Gangemi, una intervista a Franco Oliva, ex direttore aggiunto del Comitato Oleicolo Internazionale, e una serie di dati statistici e di prospettive sui fondi agricoli europei, di Max Cassani. La notizia è grossa e La Stampa le dedica un occhiello in prima pagina e due pagine all’interno: gli ulivi centenari della Piana sono a rischio dopo il 2013 per i mutamenti che interverranno attraverso la riforma della PAC (Politica Agricola Comunitaria). Potrebbero diventare legna da ardere, suggerisce Gangemi, e ”come faremo senza sussidi?”, cioè senza integrazione comunitaria per l’olio d’oliva, si chiede Cassani, sintetizzando in questa domanda l’intervista a Oliva.

Il problema dei giganteschi ulivi secolari della Calabria è un problema di difficile soluzione. Come tutti i calabresi dovrebbero sapere, la grande monocultura dell’Olivo che si è diffusa nella seconda, per estensione, pianura calabrese, e nella più fertile, è nata immediatamente dopo il grande flagello del 1783, per una visione illuministica elaborata dagli economisti del tempo sulla base della domanda internazionale delle imprese che stavano realizzando la rivoluzione industriale inglese (data ufficiale di partenza di questa rivoluzione, il 1770). Le macchine industriali che venivano impiegate sempre più numerose avevano bisogno di olio per funzionare e si è pensato, in Calabria, che questa domanda sarebbe cresciuta sempre di più, come poi effettivamente è successo, e che la produzione di grandi quantità di olio avrebbe costituito un’ottima occasione di investimenti e di sviluppo della regione. E così è stato, almeno fin quando non si sono inventati gli oli non vegetali. Da questa scoperta in poi, la Piana di Gioia è stata lentamente degradata da zona a forti prospettive di sviluppo a zona sottosviluppata, con scarse possibilità di alternative.

Oggi, come tutti gli agricoltori calabresi dicono, il guadagno che rende ancora conveniente tenere in attività queste produzioni agricole, spalmate su centinaia di migliaia di ettari di terreno, è l’integrazione dell’olio di oliva che viene data dall’Unione Europea, con le Politiche Agricole Comunitarie (la PAC). Ma siccome la PAC potrebbe non essere più concessa a partire dal 2013, tutta la Piana, dopo quell’anno, diventerà una zona in cui non sarà più conveniente produrre alcunché.

Questa ipotesi, da me presentata a un politico della provincia di Reggio Calabria, incontrato per caso giorno 17 agosto, mi è stata contestata con l’argomento che tutto dipende da una concentrazione monopolistica del mercato dell’olio in mano alla ‘ndrangheta. Rimosso questo problema con una politica repressiva e ripristinato il mercato, il prezzo di acquisto dell’olio dai produttori si eleverà e tornerà il profitto a rendere prospera, come era prima del terremoto, tutta la Piana.

Sarà! Ma questa spiegazione parte dal presupposto che l’olio prodotto da quegli ulivi secolari sia della migliore qualità possibile. Invece, dal punto di vista della produzione complessiva, questo non è vero. La qualità dell’olio prodotto da quegli ulivi giganteschi è elevata solo se l’olio viene prodotto con una procedura complessa e costosa: attendere che un forte vento butti giù una dose adeguata di olive; farle raccogliere nelle ore immediatamente successive; portarle al frantoio e lavarle immediatamente; macinarle subito e raccogliere solo le prime spremute di olio. Ne viene un olio per palati sopraffini. Ma il costo per farlo è talmente elevato che i produttori operano in questo modo solo per l’olio che essi stessi consumano o per quello che regalano alle persone di riguardo. Per tutto il resto dell’olio, si aspetta anche giorni prima di raccogliere le olive; altri giorni ancora per lavarle; si spreme tutto al massimo e si consegna ai grossisti che pagano quest’olio il meno possibile.

È vero che in Calabria, in alcune categorie di persone, il palato si è così abituato, nei secoli, che non gradisce olio che non abbia una alta gradazione di acidità. Ma si tratta di un olio solo per palati e stomaci abituati dalla nascita. Tutti i mercati di consumo rifiuterebbero l’olio di quegli ulivi secolari che non fosse raccolto con i criteri costosissimi cui ricorrono i produttori per l’autoconsumo.

La conseguenza è che la fine dell’integrazione dell’olio di oliva, prevista per il 2013, significherà la fine di profitti derivanti dalla raccolta delle olive. E siccome, con molta probabilità l’integrazione della PAC (Politica Agricola Comunitaria) sarà fortemente modificata, se non abbandonata, la Calabria si troverà con un grossissimo problema di cui in Calabria, ancora, nessuno vuole parlare. Ecco perché certe notizie vengono pubblicate con risalto da La Stampa, ma non trovano rilancio nei quotidiani locali calabresi.

Alta amministrazione? Sì, grazie! Ma anche merito nelle nomine politiche

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Il Quotidiano della Calabria, domenica 8 agosto ha pubblicato la seguente notizia: la Regione Calabria, per volontà del Presidente Giuseppe Scopelliti, costituirà una scuola di Alta Formazione di Management Pubblico e affiderà questo compito alle prestigiose Università Bocconi, di Milano, e LUISS, di Roma. Nel fornire la notizia, si accennava anche a dure polemiche sollevate a questo proposito da alcuni ambienti accademici calabresi. Nei giorni successivi, Il Quotidiano pubblicava vari altri interventi di docenti delle Università calabresi, e veniva annunciata la soluzione, soddisfacente per tutte le parti: Presidenza della Regione, le due prestigiose Università private e gli Atenei calabresi.

Senza voler negare il prestigio delle Università Bocconi e LUISS, vorrei segnalare che credere che la formazione, per quanto “alta”, possa costituire un settore “altamente strategico per lo sviluppo della Calabria” significa credere che la qualità “scolastica” degli amministratori sia la questione centrale di ogni buona amministrazione. Questa teoria è accreditata, del resto, da Robert Lowi che ha insegnato e fatto ricerca nella East Coast degli U.S.A., per intenderci tra Boston, Washington D.C. e New York, cioè nella capitale intellettuale, nella capitale politica e nella capitale economica degli U.S.A. Secondo Lowi, che guarda, da New York, alle politiche federali finanziate da Washington perché Washington ha il potere di decidere le nomine dei funzionari federali, queste politiche hanno successo se le persone nominate a sovraintendere le politiche federali hanno la migliore preparazione fornita, per esempio, da Università come quelle di Boston.

Questa teoria è, invece, contestata da Aaron Wildavsky che ha insegnato e fatto ricerca negli U.S.A., West Coast, per intenderci tra San Francisco e Los Angeles. Egli ha sostenuto che la capacità di amministrare si basa soprattutto sulla capacità di implementare le politiche nei contesti in cui sono applicate. Il che significa che le persone più adatte non sono quelle più preparate scolasticamente, cioè prima che si attivi una politica, o preparate da istituti lontani dai problemi da affrontare, ma sono quelle che imparano di più nel seguire e implementare una data politica. Guardando alle politiche finanziate da Washington dal punto di vista di San Francisco e Los Angeles, Wildavsky sostiene che anche le migliori persone selezionate da Washington possono non essere adeguate a seguire una politica federale nello Stato della California. Ecco il perché della centralità che egli affida al tema dell’implementazione, cioè alla capacità di seguire e valutare i risultati, e correggerli passo passo, appena si manifestano, quando applicati in contesti lontani e diversi da quelli in cui sono stati pensati (cioè lontani e diversi da Boston, Washington e New York). E che la lontananza faccia problema Wildavsky ne è talmente convinto che il sottotitolo del suo più importante libro è, cito a memoria, “perché politiche pianificate a Washington falliscono a Oakland”, cioè in una città vicina a San Francisco.

Quindi, parafrasando Wildavsky, se fossi il Presidente di questa Regione, comincerei con il chiedermi: “ma è possibile che l’Alta Formazione pianificata a Roma e Milano è destinata a fallire a Catanzaro?”. Perché, se ha ragione Wildavsky, la Calabria, con questa nuova scuola non produrrà alcun risultato strategico per la Calabria. C’è da sperare, quindi, che abbia ragione Lowi. Se ha ragione quest’ultimo, possono ben sperare i calabresi?  

Forse! Perché, come è noto, in Italia, vi è qualche problema in più rispetto agli Stati Uniti. Ce lo spiegava, meno di un anno fa, il passato Direttore generale della LUISS, dottor Pier Luigi Celli, il quale, poco prima di lasciare la propria carica nella prestigiosa università privata romana, aveva scritto una lettera al figlio – pubblicata su una testata nazionale – invitandolo a laurearsi in Italia, ma poi andarsene a lavorare all’estero perché questo non è un paese per giovani o per persone con alta formazione professionale. “Credimi”, scriveva il dottor Celli al figlio “se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility”.

Non a caso Celli fa l’esempio delle Multiutility che sono state proprio le soluzioni più consigliate, nel passato, dagli studiosi di Management Pubblico che provenivano, spesso, dalla Università Bocconi o dalla LUISS. In altri termini, Celli voleva fare il proprio bilancio, prima di lasciare la carica, e passare al suo successore l’avvertimento che non è sufficiente un’ottima preparazione scientifica e un ottimo curriculum accademico perché questo tipo di amministratore deve poi fare i conti con un sistema politico che fa prevalere criteri di selezioni diversi dalla competenza e dalla qualità. Celli, come sappiamo, ha ragione. Ciononostante, non è stato ascoltato: con il nuovo direttore della LUISS, questa Università si trova lanciata sull’Alta Formazione, e impegnata in Calabria.

Eugenio Montale’s Antipolitical poem

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Ossi di seppia, published in 1925, was Montale’s masterpiece and it expresses the eclipse of every political myth. In the months preceding the publication of this work many things had changed in the relations between rulers and the ruled (the killing of Matteotti had shown the violent face of fascism and produced, in more sensitive citizens, the fall of any kind of illusion about the regime), the Parliament had approved new totalitarian laws and even the relations within the fascist party had changed becoming more authoritarian and bureaucratic.

The great success of the book proved that a lot of people shared the opinion of the poet: firstly, the conviction that political life was a life of illusions and disillusions; secondly, the awareness that politics was constructed from efforts and bankruptcy. According to the poet, politics was sharing, with other aspects of human life, this disappointment and only poetry presented the possibility to live our lives without being disappointed. Montale communicated, to his readers, his disappointment with the war, the movement of combatants and fascism. Ossi di seppia is a work that expresses a form of resistance to all the optimistic and edifying vision of the world and a form of impotence towards any attempt needing a collective effort. Montale’s poetry was interpreted as a form of unpolitical antifascism based not on historical arguments but on poetic ones. These poetical arguments, being expressed in the language of poetry, a language that was considered hermetic and not easy to understand outside the restricted circles of intellectuals, had been left to circulate freely during the fascist regime.

Montale was not alone in this unpolitical reaction to the regime. Mino Maccari was another unpolitical intellectual. He directed the journal “Il selvaggio” (The savage) and he exalted the municipal, peasant and plebeian culture against the “modernity” represented by fascism (a modernity which is assumed to be erroneously engaged in the objective of going beyond localism, agricultural tradition and the needs of the ruled). In Maccari’s journal, Leo Longanesi wrote a lot of essays to represent a degraded picture of fascist’s uses and customs with a satirical language in that authorities relatively permitted this language, as the poetic language.

Vilfredo Pareto’s Antipolitical Cronache Italiane

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The most violent antipolitical analysis of Italian politics was the Vilfredo Pareto’s 53 notes (Cronache) published, in the period 1892-1894, by the “Giornale degli Economisti. The first of these notes was dated 1st September 1891 and it was an analysis of the economic market. It was with the second note, published 1st April 1893, right at the time of the Banca Romana scandal that the notes became the most important antipolitical sociological analysis of the Italian political elites. On the Banca Romana scandal Pareto wrote: “Italian aristocracy is absolutely inadequate for the task that it could and should have in a free Country. Under Depretis government dipped itself in the pitch of dubious speculations and scarcely came out of Giolitti’s pseudo-democracy it serves now in the Crispi’s anterooms, without any shame of the actions with which it demonstrates the contempt it has of morality and honesty” (1965, 392). On the way in which Crispi faced and “resolved” the Fasci Siciliani matter, he wrote: “misfortunes in Sicily had, to a great extent, origin in the actions of a network of wicked men, who were protected and supported by the government” (Pareto 1965, 406).

The PSI was almost indifferent to the Banca Romana scandal (see the letter by Engels to Turati in which the former reported the fact that the socialists elected in the Parliament were absent when Napoleone Colajanni denounced the scandal) and to the movement named Fasci Siciliani (see the correspondence between Antonio Labriola and Engels where the latter asked him to support the Movement and Labriola remarked “they are not Marxists”). In some cases, socialists supported Crispi’s repression of the movement (see the political position of port workers in Palermo, the first Sicilian unionized workers). There was a great ideological misunderstanding. More than a crime, it was been a political mistake: erroneously the PSI thought of the Fasci Siciliani as a backward tendency (almost a medieval residue) on the modern political scene.

The antipolitical declaration is often linked to the realization of electoral tricks, which are considered the proof of political corruption. These tricks were reported by Colajanni, after 1894, in the book Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause. In this direction, the most violent declaration was that by Gaetano Salvemini with the book Giolitti. Ministro della malavita. During fascism, it was forbidden to speak of political corruption. According to the propaganda of the regime, this corruption was exclusively the characteristic and problem of the old liberal political system. It was also forbidden to speak of savage crimes when the efficiency of the investigating forces was not equal to the task (see, for instance, the Ciro Limoni case)

Giacomo Leopardi’s antipolitical work: Paralipomeni della Batracomiomachia

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Leopardi first thought of this work in Florence, in 1830, after reading Storia del reame di Napoli (History of the reign of Naples) by Pietro Colletta and having conversations with this author and politician. He wrote the poem in the last years of his life during his stay in Naples (where he died in 1837). In this work, Leopardi spoke of mice (Italian liberals), of crabs (Austrians) and of frogs (Catholics). He gave a completely negative and terrible description of the liberals and, according to many patriots, he misunderstood them. He criticized the lightness and the inconclusiveness of liberals and the oppressiveness and the obtuse minds of Austrians. The basic Leopardi’s idea was that Italians were not educated to pursue great objectives. In his work, Leopardi mocks the dreams, the aspirations, the political essays of Italians and he considers them as non-realistic and, often, unaware of the actual consequences of their actions. He depicts, in this poem, an anti-providence vision of history in that he thinks that great ambitions and dreams are systematically eliminated by foreign rulers. This practice, which has been in progress for centuries, has selected elites composed only by individuals with egoistic aspirations and unawareness, even when they thought about themselves as great men having great visions. According to Leopardi, if you have no great visions or great men, you only produce failures and disasters. The result of this selection is that Italians are always ready to speak, to question, to cry and to invite to action in favor of the right and against any abuse of power, but at the moment of the fight, only the most ingénues engage themselves while the others wait for the end of the fight “to bring help to the winner”.

Reluctant Vico’s antipolitical philosophy: from politics to antipolitics

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 At the beginning of XVIII century, Vico realized that the cultural limits of his contemporary elites consisted in a limit of their discourse, and in the inability to speak to the ruled in that they had a wrong form of speech, a speech constructed in a technical way. In fact, in Vico’s perspective, the “togati” (intellectuals with a University degree or a political role) use a geometric language about which Vico says: “to compose a civil discourse using a geometrical method, would mean to accept nothing sharp in the oration and to demonstrate exclusively things which are before our feet. It would mean to treat listeners as babies, who don’t put anything in their mouth which has not been chewed before, and, to conclude with a unique word, it would mean to speak as a pedagogue [doctorem], instead of as an orator” (Vico 2008, 292). The Latin term “doctor” is generally translated as pedagogue, while, in Vico’s language, it could be translated as intellectual (“togato”) and, in modern antipolitical language used by Hannah Arendt, it could be translated as technician.

In this essay, “doctor” is interpreted as a term to indicate what is generally called “illuminist actor”, i.e. the actor anchored to the type of culture against which Vico’s thought was generally used in the following two centuries. The illuminist culture is based on the assumption that the scientific language is the base of communication and that scientific knowledge may be the propulsive factor of the economic and political development. In the Italian political language, the terms illuminist and enlightenment are used as a generic holder of many philosophical movements derived or connected to European philosophies: the Cartesian, the Hobbesian, the Hegelian, the Marxist, the positivistic, the neo-positivistic, and so on.

The political limits of Vico’s contemporary elites have historically been the absence of courage or willingness to go towards a more inclusive society and the preference given to the alternative of realizing only an inclusion of the elite and not at all of the ruled. Sometimes, these limits depend on the scarcity of resources, but other times they depend on the incapability of mobilizing new synergies and resources.

At the beginning of his philosophical discourse, Vico was unaware that these limits were structural and he thought that any problem was only a consequence of two centuries of bad Spanish government. Thus, at the beginning of the XVIII century, he thought that a new era could be possible even in the Vice Reign of Naples, with the new rulers arriving from abroad (the Austrian House of Hapsburg) and he enthusiastically announced this exigency as public orator at the presence of the viceroy, Cardinal Grimani. The strong reactions to his oration (De Ratione) showed him that this possibility was an unpolitical project. Because of this oration, he exposed himself to the risk of losing his job (orator of the University of Naples). During all the XVIII century, Vico’s philosophy had been practically ignored. When it was considered, conservative politicians and illuminist intellectuals systematically misunderstood and misinterpreted it.

In Vico’s philosophy, his political strategy started as a reformist one, an unpolitical strategy, but it slowly became a “revolutionary one” or an “antipolitical one”. Vico’s philosophy focused on the intuition that traditional elite is unable to speak to the people in that it uses a different language from that of civil society and on the proposal of how to eliminate this difference. Vico’s philosophy was elaborated in a moment in which he was the first and only to understand that the elites were unable to speak to the ruled (at the beginning of the XVIII century, in the transition from the Spanish government and the Austrian government of the Reign of Naples. It was 1708, the year of the oration De Ratione read at the University before the new authorities). During his life, Vico received little attention on behalf of the political and intellectual Neapolitan elite, but he received some new attention, to the point of becoming a new starting point and a challenge to the traditional Italian political culture, every time it became clear that governing elites were speaking a different language from that of civil society.

It occurred, in Italian culture, after the failure of the Jacobin revolution of Naples in 1799 and, after 1890, when a new starting point as an alternative to traditional political culture was produced in the form of the new Marxist culture and with the instrument of the modern ideological party (PSI). Since the end of the Second World War, Vico has almost been forgotten in that it has been assumed that Vico’s philosophy was partly responsible for fascism.

Now, at the beginning of the new century, after the crisis of the First Republic and after the evident crisis of the “Second Republic” (a never born republic in that it had different actors and the same defects as the previous one in terms of things that are not spoken about), interest in Vico’s philosophy is coming back.

Because of the dynamics of Vico’s philosophy which was elaborated as a political reformist project and became an antipolitical one, it is important to describe the way in which Vico’s thought evolved during his life. In fact, Vico may receive different interpretations according to the relevance and the preference given to the three different stages of his philosophy: 1) the stage of De Ratione, Vico’s first important work, where Vico proposed a new political strategy for a “civil doctrine” with the aim of convincing the new Austrian elite that his cultural proposal was to be preferred to the traditional one; 2) the stage of De Antiquissima, Vico’s second important work, and that of De Uno, another important work, with which he fought to defend himself and his theory from the attacks of traditional intellectuals, politicians and religious authorities. In this second stage, instead of a political inclusion of Vico’s philosophy in the cultural Neapolitan academy, Vico remained marginalized but was not removed from the academic system; 3) the stage of Scienza Nuova, his main work, in which he elaborated his philosophy as an antipolitical cultural strategy (i.e. as a philosophy that was incommensurable with the traditional ones). In other words, Vico started with a reformist solution within the academic and political system, passed to an alternative cultural and political proposal within the system and arrived at a revolutionary cultural alternative. Of course, being a philosopher, his strategy had been reformist, alternative and revolutionary exclusively in the nature of speech and not in the nature of action.

Machiavelli’s reformist and revolutionary antipolitical strategies

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Antipolitics appears in various forms that evolve in time, acquire various facets in space and various characteristics. In Italy it appeared regularly in the Italian political history. For the first time, it appeared when rich Italian urban elites demonstrated their incapacity and unwillingness to defend the lives and the goods of their citizens from the violence of the new international relations among European nation-States. That time, Nicolò Machiavelli elaborated and presented, in his main works, a political strategy to face these new problems coming from abroad. As it is well known to Machiavelli’s scholars, the strategy of this intellectual and politician from Florence has been formulated in two different versions: 1) in works like Il Principe and Del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il Duca di Gravina Orsini, as a revolutionary antipolitical strategy for the short run (a strategy based on the corporeal elimination of the adversaries of the winning leader, Duca Valentino/Cesare Borgia, or of the aspiring prince, a leader to come, luckier than Cesare Borgia); 2) in works like I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio and Dell’arte della guerra, as a reformist (un)political strategy for the long run (a strategy based on the cooperation between rulers and ruled, especially in defending the cities from external enemies and in defending the citizens from internal conflicts through the strengthening of the governmental and administrative institutions and especially of the reliability of judicial power).

While Machiavelli’s strategy was exclusively political (centered on institutional actions), two centuries later, another Italian political philosopher, Giambattista Vico, proposed a reformist strategy moving in two different directions: a) the institutional actions and their consequences, desired or not, assumed as the factum; b) the academic speech and the knowledge considered as limited and uncertain, but capable, if well organized, of becoming a form of verum. Vico’s philosophy had been thought as a cultural and political challenge to the political and cultural limits of Italian elites. Because of the misunderstanding of political, religious and academic authorities, that of Vico had gradually become a cultural and antipolitical challenge to the Italian elites.

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